66. Trento Film Festival

L’ALLEANZA TRA VECCHI E NUOVI MONTANARI: ESPERIENZE A CONFRONTO

Pubblicata il 01/05/2018

di Karin Piffer

“ll rifugio è un luogo che ti accoglie e ti cura, con quell’odore di minestra che pervade ogni angolo, ti regala una sensazione di intimità fortissima. Chi prima era un perfetto estraneo diventa, all’improvviso, un fratello. Questa è la magia del rifugio, la possibilità di condividere emozioni impagabili!” Con queste parole Paolo Cognetti, scrittore italiano, vincitore del Premio Strega 2017 con il suo “Le otto montagne”, ieri, 30 aprile alle ore 17.00, ha incantato la sala al primo piano di Palazzo Roccabruna a Trento in occasione del 66esimo film festival.

L’incontro è stato aperto da un intervento di Mauro Leveghi, Segretario Generale della Camera di commercio, Direttore di Accademia d’Impresa e Presidente della rassegna per il triennio 2018-2020, il quale ha ribadito l’importanza del ruolo dei rifugi sul territorio. Dello stesso parere anche Natale Rigotti, Presidente di Accademia d’Impresa che, oltre ad esprimere l’augurio di riuscire a vedere più giovani in montagna, ha pronunciato tutto il suo rispetto e affetto nei confronti dei rifugisti trentini, definendoli portatori di senso e valore alle loro località.

“Che cosa sta cambiando della montagna e come bisogna affrontare questo cambiamento?” Questa la domanda che Franco de Battaglia, giornalista e saggista moderatore del dibattito, ha posto a Eleonora Orlandi, gestore del Rifugio Altissimo, e a Cognetti. “Stiamo vivendo un periodo di “estremizzazione della montagna” – afferma Cognetti - ci sono luoghi sempre più frequentati mentre altri sono completamente abbandonati. Bisognerebbe fare del rifugio un luogo di cultura, uno spazio di produzione culturale dove le persone abbiano modo di aggregarsi e sentirsi capite”. Proprio su questo sentimento di aggregazione, Eleonora Orlandi, una giovane di 26 anni con le idee molto chiare, basa la sua concezione di gestione dei rifugi: “Secondo me il rifugio deve essere un ambiente accogliente, una casa, come lo è sempre stato per me. Con il mio rifugio cerco di trasmettere tutte le emozioni positive che la montagna mi ha regalato”. Una giovane donna che fa vivere la montagna scegliendo di non abbandonarla e dedicandosi completamente ad essa. Quest’idea di una gestione tutta al femminile piace molto anche a Cognetti, il quale trova una forte connessione tra la femminilità e i bellissimi paesaggi montani. Quella di Eleonora è stata una scelta coraggiosa e faticosa, infatti, è proprio la “fatica” l’essenza della montagna, una forma di catarsi e purificazione che permette una profonda crescita interiore. La fatica è un “prezzo e una soglia” come la definisce Cognetti, un passaggio necessario per provare a pieno le sensazioni che cerchiamo.

Il piacere della fatica si apprezza solo con il tempo, come è successo allo stesso autore milanese che, dopo aver passato un momento di rifiuto per la montagna, l’ha riscoperta. Per lui ora è un luogo dove potersi esprimere. Camminando per ore nella natura e fermandosi di tanto in tanto lungo il percorso per appuntare i propri pensieri, Cognetti riscopre la necessità di assicurare un futuro a questi patrimoni montani, luoghi dove poter meditare da soli, ma allo stesso tempo costruire relazioni umane. Infatti, non soltanto la solitudine, in montagna si può trovare anche tanto conforto e supporto. Non bisogna stupirsi quindi di chi sceglie una vita lontana dai comfort cittadini perché infatti, come ha raccontato Orlandi: “Riuscire a cogliere ciò che la montagna trasmette è una cosa immensa. In montagna ho trovato le risposte alle domande della mia vita, solo lì sono riuscita a sentirmi me stessa”. Queste parole, pronunciate da una ragazza di ventisei anni, donano una grande speranza: quella che le generazioni di “vecchi” e “nuovi” montanari riescano a dialogare per salvaguardare la continuità della vita in montagna.

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