66. Trento Film Festival

Montagna e medicina: un legame convincente

Pubblicata il 06/05/2018

a cura della Società Italiana di Medicina di Montagna

Per celebrare i 10 anni di fattiva collaborazione tra Trento Film Festival, Società Italiana di Medicina di Montagna e Commissione Centrale Medica del CAI, venerdì 4 maggio 2018 presso Palazzo Geremia è stato organizzato l’evento Montagna e medicina: un legame convincente.

Antonella Bergamo, dermatologa di Trento, che da anni tiene i contatti con l’organizzazione del Festival, ha voluto ripercorrere tutte le varie edizioni del convegno. In tutti questi anni si é parlato di disabilità, dell’uso e dell’abuso dei farmaci in montagna, di doping, di alimentazione, di atleti, di trapiantati d’organo, di sicurezza, di medicina di spedizione, di gare di trail e ultratraial, di soccorso in montagna, di gravi incidenti, di soccorsi e di soccorritori, di psicologia. Il tutto in rapporto al mondo della montagna. In tutti questi anni si sono avvicendati medici, ricercatori, alpinisti, giuristi, soccorritori, guide alpine, giornalisti e scrittori, e altri personaggi legati al mondo della medicina di montagna. Nel 2016 é stato organizzato un corso base di medicina di montagna per medici.

Giancelso Agazzi ha preso la parola per presentare una relazione dal titolo “La Guerra Bianca in Adamello 1915-18: una delle origini della Medicina di Montagna”. Il relatore ha voluto vedere nella tragicità di una guerra combattuta in un ambiente impervio a oltre 3000 metri di quota alcuni aspetti positivi dovuti ai passi avanti che la medicina in quegli anni ha fatto. Da quegli eventi bellici certamente ha avuto origine una grande parte della Medicina di Montagna. In particolare la chirurgia e la traumatologia hanno fatto notevoli passi avanti, oltre all’anestesia e alla radiologia. La medicina di emergenza ha avuto modo di sperimentare nuove tecniche e procedure. Il “triage” é stato adottato dagli ufficiali medici delle Truppe Alpine sui campi di battaglia nel valutare le condizioni dei feriti. 

Lorenza Pratali, cardiologa ricercatrice del Cnr di Pisa e Presidente della Società Italiana di Medicina di Montagna ha parlato delle ricerche svolte dal Cnr in alta quota, ovvero il ruolo del Cnr nella ricerca in altitudine e in ambienti estremi. Pratali ha voluto ricordare la figura del Prof. Maseri, cardiologo di fama internazionale, che negli anni ’70 ha promosso la ricerca in alta montagna. Lorenza Pratali ha condotto degli studi in Nepal per analizzare il danno provocato dall’inquinamento causato dal fumo alle popolazioni residenti nelle montagne himalayane, che vivono in abitazioni poco ventilate, prive di camino. Pratali ha parlato anche dell’utilizzo nelle zone alpine della Telemedicina, descrivendo il progetto europeo E-res@mont realizzato in collaborazione con l’Ambulatorio di Medicina di Montagna dell’Ospedale di Aosta. Il Cnr di Pisa collabora ormai da sei anni con l’ambulatorio di Medicina di Montagna dell’Ospedale di Aosta. In collegamento con il Nepal é stato realizzato il primo teleconsulto. Attualmente é in corso uno studio per valutare la riserva contrattile cardiaca in soggetti affetti da cardiopatia coronarica in condizioni di normossia e ipossia simulata. La ricerca in alta quota necessita di alto rigore scientifico, come é stato sottolineato da Hermann Brugger in una sua recente pubblicazione. 

Giuliano Brunori, primario del reparto di Nefrologia dell’ospedale di Trento é intervenuto con una presentazione dal titolo “Il trapianto e la Montagna: fine dei giochi?”. Il relatore ha fatto presente che il primo trapianto di rene fu effettuato da Joseph E. Murray (1919-2012), premio Nobel per la medicina nel 1990. Nel 1962 avvenne il primo trapianto da cadavere a donatore. In letteratura esistono 6600 lavori scientifici che parlano dell’ attività fisica effettuata dai trapiantati di rene. L’attività fisica rappresenta uno dei più semplici interventi non farmacologici in grado di aiutare i trapiantati di rene. La camminata costituisce un grande aiuto per questi soggetti. I soggetti dializzati sono estremamente catabolici, con grande consumo di masse muscolari. Dopo il trapianto le masse muscolari vengono recuperate, e le condizioni di normalità si ristabiliscono poco alla volta, con il passaggio ad una normale attività biologica. Con la pratica dell’attività fisica si stabilisce una migliore riperfusione del rene. I soggetti trapiantati vanno incontro con maggiore facilità a malattie cardiovascolari a causa dell’utilizzo dei farmaci immunosoppressori. Questi ultimi provocano vasocostrizione. I soggetti trapiantati possono andare incontro a dislipidemia, ipertensione arteriosa, obesità e diabete. Brunori ha citato il caso di un ragazzo di 15, trapiantato di fegato e rene, che pratica alpinismo e sci-alpinismo anche a quote superiori ai 4000 metri. I trapiantati di rene possono, quindi, frequentare la montagna. Un gruppo di trapiantati di rene ha di recente effettuato un trekking nel deserto con ottimi risultati. Importante é effettuare una corretta idratazione e non eccedere nello sforzo per non danneggiare il rene, evitando di sudare troppo.

Il cardiologo Andrea Ponchia di Padova é intervenuto per parlare dei cardiopatici in montagna. La sua relazione dal titolo “ Cardiopatici e Montagna: al cuor non si comanda?” ha avuto come soggetto la montagna e il cuore e le modificazioni cui va incontro l’apparato cardiovascolare se si sale in alta quota. La montagna é ormai riconosciuta come un luogo di riabilitazione, ha affermato il relatore. Fino a 3000 metri non ci sono controindicazioni per i cardiopatici purché in compenso. Salendo in quota il flusso sanguigno coronarico aumenta a causa di un processo di vasodilatazione. In altitudine compaiono, però, fattori che possono generare stress per l’attivazione simpato-adrenalinica, causando un certo rischio coronarico. Ponchia ha citato uno studio effettuato su maschi di oltre 40 anni di età per valutare le morti improvvise in montagna. Si é registrato un caso su 780.000 soggetti. Dallo studio é emerso che é opportuno per i cardiopatici evitare il freddo intenso e l’esercizio esagerato. Attualmente esistono delle linee-guida per i cardiopatici in montagna utili per dare consigli efficaci. La frequenza cardiaca non deve superare certi valori. Il cardiopatico deve avere una giusta percezione della fatica. Deve essere attentamente valutato da un cardiologo che sia capace di dare indicazioni corrette. Dopo una rivascolarizzazione, per esempio, devono trascorerre almeno sei mesi prima che il paziente possa ritornare in montagna.

 A questo punto sono intervenuti Marco Cavana, medico anestesista-rianimatore di Trento, e l’alpinista valdostano Hervé Barmasse. I due hanno intrattenuto il pubblico presente con una interessante relazione dal titolo “Alpinista: limiti fisici e battaglia con il proprio corpo”. E’ stata una bella chiacchierata considerando la montagna sia dal punto di vista del medico e dell’ alpinista, in questo vaso anche guida alpina e maestro di sci. Cavana ha parlato di come il medico si deve rapportare al paziente, dei contati tra medicina e montagna, e tra la montagna e l’alpinista. Ha parlato della storia del paziente, dell’anamnesi. Occorre guardare il malato e non la malattia. La salita é una risorsa utile ad aiutare la vita di tutti i giorni. Si tratta di una condizione di equilibrio tra soggetto e ambiente. La montagna rappresenta un importante contatto “terapeutico”. La medicina può rappresentare uno strumento di conoscenza, di educazione e comprensione del limite, un crocevia. Un’unica e mobile dimensione di salute.

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