66. Trento Film Festival

Nasim Eshqui, la climber iraniana al 66. Trento Film Festival

Pubblicata il 02/05/2018

di Carlotta Zaccarelli

Nasim Eshqui misura la difficoltà delle sue arrampicate guardando i graffi che ci sono sul suo smalto rosa a fine giornata. E con lo stesso metro misura il suo grado di soddisfazione dopo ogni allenamento.

Ha cominciato a scalare a ventitré anni, da autodidatta, e oggi conquista pareti gradate fino all’8b. È una dei pochi che in Iran riesce ad aprire e attrezzare nuove vie. È invece la sola sportiva iraniana a praticare la sua attività all’aria aperta: le altre trecento atlete sue colleghe si allenano solo in palestra.

Al 66. Trento Film Festival arriva con uno dei suoi slideshows con i quali vuole mostrare a tutti le bellezze naturali e culturali della sua terra natale. Così, ieri sera, ha aperto la sua presentazione parlando dell’arte calligrafica tanto praticata in Iran: scrivere diventa un modo per dipingere le parole, per rappresentare i significati anche con l’estetica. La lingua iraniana, persiana e non araba, è quindi un intreccio indissolubile di significato e forma.

Questa è stata l’introduzione a un racconto che ha portato un pubblico numeroso e interessato a viaggiare attraverso l’Iran alla scoperta di siti di arrampicata paesaggisticamente e sportivamente più stupefacenti. È da questo momento dell’incontro che è emersa l’anima di arrampicatrice di Eshqi: ogni falesia, ogni parete, ogni via è stata descritta nel dettaglio, con l’entusiasmo di chi è felice di mostrare la propria nazione agli altri e parlare delle proprie fatiche con grande umiltà. Nasim ha proiettato fotografie delle falesie che si trovano a un’ora e mezza da Teheran e di quelle che svettano nei parchi urbani della città di Isfahan. Della sua 8b Pink Panther e di una via che ha attrezzato su una magnifica fessura, via che è ancora senza grado perché nessuno in Iran, a accezione di Nasim e un altro climber, è tanto bravo da poterla percorrere. È stata poi la volta di Sange-sar-sol, una parete con tiri che si sviluppano anche per 200 – 250 metri: qui, nel 2012, si è tenuto un Festival di arrampicata al quale hanno partecipato diversi atleti nazionali e internazionali che hanno trasformato la falesia nel luogo dove è nato il free climbing iraniano.

Tra una slide e l’altra, Nasim ha trovato il modo per far capire a chi l’ascoltava come sia la sua vita da sportiva. Ha ripercorso i diversi viaggi che ha fatto da quando ha scoperto l’arrampicata. Ha cominciato gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman, per vedere roccia diversa da quella presente in Iran. Poi la Turchia: si ferma tre mesi invece che una settimana e paga il suo alloggio pulendo e aprendo vie sulla falesia dietro il campeggio dove pianta la sua tenda. È quindi la volta dell’Europa, con Elbsandstein, Dolomiti, Verdun, Chamonix. Tutte queste esperienze aiutano Eshqui a migliorare. Presto in Iran non esiste qualcuno con capacità adeguate ad accompagnarla. Per risolvere il problema, la sportiva diventa insegnante d’arrampicata: in questo modo, può istruire altre persone (ragazze e bambini) che la possano affiancare. Insegnare le permette anche di guadagnare i soldi che mette da parte per pagare i viaggi e raggiungere altre pareti da sogno, come quelle dello Yosemite National Park. Soprattutto, insegnare le permette di dare la possibilità ai suoi studenti di provare le stesse meravigliose sensazioni che sente lei mentre scala la roccia: libertà e uguaglianza. Come dice lei stessa, infatti, la gravità non chiede alcun passaporto: attira tutti, uomini e donne, italiani, tedeschi, francesi o iraniani, verso terra. E tutti devono lottare allo stesso modo per vincerla.

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