66. Trento Film Festival

Tommy Caldwell: l’arrampicata è un percorso, non la conquista di una cima

Pubblicata il 06/05/2018

di Carlotta Zaccarelli

Per Tommy Caldwell non è la vetta in sé, quello che conta quando si arrampica: l’importante è il percorso, fisico e mentale, che dalla base porta alla cima di una parete rocciosa. Ed è questo che l’iconico climber ha sottolineato con il suo libro, nel suo film e durante i due eventi che lo hanno visto protagonista al 66. Trento Film Festival. 

Nel corso della presentazione della sua autobiografia Push. Un’esperienza oltre il limite(Corbaccio), mercoledì 3 maggio presso MontagnaLibri, Tommy ha ribadito quanto sia stato importante il viaggio che lo ha portato a chiudere la prima ascesa libera del celebre Dawn Wall. La decisione di tentare l’impresa arrivò dopo il divorzio dalla prima moglie, quando lo scalatore si trovava in un momento di grande difficoltà emotiva. Concentrarsi su un progetto che sembra irrealizzabile gli consentì così di distrarsi e insieme di dare un senso alla propria vita. Iniziarono sette anni di allenamento estenuante, per riuscire a risolvere ogni singolo problema della lastra granitica più difficile di El Capitan. 

Caldwell passò interi mesi ogni anno a studiare dettagliatamente ogni tiro per imparare a memoria i movimenti da fare per il “push” finale, la spinta che lo porterà a chiudere la salita. Però questi furono anche i sette anni durante i quali il climber recuperò l’equilibrio interiore. Incontrò la seconda moglie, ritrovando la serenità perduta, e il nuovo compagno di cordata Kevin Jorgenson, con il quale chiuse il suo progetto il 14 gennaio 2015, dopo diciannove giorni in parete. 

Questa incredibile esperienza, ha detto a Trento lo scalatore statunitense, rappresenta il motivo per cui è ossessionato dall’arrampicata: rendere possibile l’impossibile, superare limiti che sembrano irremovibili, scoprendo nel frattempo nuove parti di sé e l’amore che si nutre verso gli altri, è quello che succede ai visionari che come lui si spingono verso l’alto sui Big Walls. Ed è quello che si vede nel film The Dawn Wall, tratto dall’autobiografia di Caldwell e vincitore della Genziana d’oro per miglior film di alpinismo al Festival. La pellicola ripercorre l’infanzia del protagonista e gli esordi della sua carriera. Ricostruisce i momenti più felici e drammatici della sua vita, come l’incontro con Beth Rodden, il rapimento in Kirghizistan o l’amputazione di gran parte dell’indice sinistro. Si concentra però sul Dawn Wall. In questo modo, lo spettatore può vivere tutte le fasi del progetto che Caldwell ha condiviso con Jorgenson, e tutte le complicazioni che i due hanno affrontato. Sono infatti esposti alla rigidità del clima invernale, al vento che frusta il granito e al ghiaccio che cade dalla sommità di El Capitan. Sono costretti a vivere in spazi ridottissimi e a sopravvivere con provviste minime. Non possono camminare, sdraiarsi o sedersi comodamente. L’unico movimento che possono fare è verso l’alto e, anche in questo caso, spostarsi è assai complicato: le riprese in parete mostrano bene quanto siano piccole e taglienti le prese o scivolosi gli appoggi. Sono queste le condizioni in cui vivono i due climber per più di due settimane. È facile quindi sorridere con loro quando Dawn Wall è finalmente conquistato.

Ma è altrettanto semplice rattristarsi insieme a Caldwell e Jorgenson: chiudere l’ascesa significa finire un viaggio agrodolce che ha cementato un’amicizia e distrutto limiti, personali e non, e che ha reso i suoi protagonisti persone più forti e sicure. Per questo motivo Tommy sceglie di concludere l’autobiografia prima del raggiungimento della vetta, mentre il film attribuisce poca importanza a questo momento. L’attenzione è tutta concentrata sul viaggio di un uomo alla scoperta di se stesso.

Foto di Elisa Paoli

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