66. Trento Film Festival

“Alpinisti illegali in URSS”, l’avventura della libertà

Pubblicata il 09/05/2018

di Carlotta Zaccarelli 

Giovedì 3 maggio il Trento Film Festival ha ospitato la presentazione di “Alpinisti illegali in URSS”, l’opera di Cornelia Klauss e Frank Böttcher pubblicata da Keller editore, casa editrice trentina che si sta conquistando un ruolo importante nel panorama editoriale italiano.

Roberto Keller ha introdotto il pubblico a un libro che restituisce un’immagine inedita e curiosa dell’URSS negli anni Ottanta. “Alpinisti illegali in URSS” è una collezione di testimonianze e racconti lasciati da uomini che, appena ventenni, decisero di trovare un modo per entrare nei territori blindati dell’Unione sovietica partendo dalla DDR. Erano giovani avventurieri che si muovevano spinti dalla curiosità e dalla necessità di conoscere i picchi dell’Europa orientale, gli unici massicci montuosi che potessero effettivamente scalare: tutto quanto si estendeva a ovest della “cortina di ferro” tracciata dalla Guerra fredda era loro precluso, comprese le Alpi. 

I documenti raccontano quindi di viaggi lunghi e clandestini, di sconfinamenti irregolari e di gare con la polizia doganale e il KGB, per non farsi scoprire e rimpatriare. Richiamano vicende serie, come quelle di chi si trovò disperso in un territorio sconosciuto, ma riportano anche episodi che fanno sorridere. Per giustificare lo strano accento con cui parlano russo, gli alpinisti illegali tedeschi affermavano di essere lituani: gli abitanti di questo piccolo paese baltico erano pochi e quante potevano essere allora le possibilità di incontrarne qualcuno nelle terre dell’immenso impero sovietico? Esigue, ma non nulle: una delle testimonianze dice di quando uno di quegli alpinisti si imbatté, con suo grande imbarazzo, in un rifugista lituano, che subito scoprì la sua bugia. 

Altre riferiscono di come la temibile polizia segreta sovietica non si dimostrasse sempre rigida nei confronti dei giovani scalatori che entravano nelle aree di loro giurisdizione di nascosto. Un po’ perché negli anni ’80 il clima risentiva già positivamente del processo di distensione, un po’ perché gli agenti capivano che non si trovavano di fronte a spie militari, gli arrampicatori scoperti senza i documenti necessari alla loro libera circolazione venivano trattati quasi con indulgenza.

Altre furono allora le vere difficoltà che questi sportivi devono affrontare. Prima di tutto, il pesante apparato burocratico sovietico, che impediva l’accesso a determinati rifugi a chi non avesse tutti i timbri sui documenti. Quindi, la mancanza di materiale adeguato all’arrampicata di alto livello: spesso, gli alpinisti dovevano ingegnarsi per farlo entrare (ancora illegalmente) dal blocco occidentale. Infine, l’assenza di mappe dettagliate, che lasciava i viaggiatori nella parziale o totale ignoranza dei luoghi in cui si spostavano. Così questi, durante i loro vagabondaggi, cominciarono a realizzare cartine accurate che si scambiavano l’uno con l’altro, mettendo in moto un circolo virtuoso che contribuì allo sviluppo della cartografica del e relativa all’URSS.

Tutto questo mondo complesso e bizzarro si trova appunto descritto nelle pagine di “Alpinisti illegali in URSS”. Che, come ha precisato Keller, è il secondo volume di un’opera ben più ampia relativa a tutte le tipologie di viaggiatori interessati all’esplorazione dell’URSS. È il lettore ora che deve partire per un viaggio alla scoperta dell’opera intera.

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